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	<title>Navigazione &#8211; CeSGO</title>
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	<description>Centro Studi Storici sui Genovesi e l&#039;Oltremare</description>
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		<title>Il disegno di Cristoforo Colombo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sandra Origone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 May 2024 07:35:32 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Personaggi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il filo rosso che può condurci alla genesi del disegno colombiano, ciò che rende tutto fame di oro e volontà di percorrere le vie del mondo, passa certamente per le molteplici, secolari esperienze, che i genovesi hanno vissuto tra Oriente e Occidente e per quelle dei portoghesi, da sempre impegnati sulla rotte delle Indie. Passa per i suoi viaggi precedenti, che lo hanno condotto dai mari brumosi del nord alle calde rotte africane fino all’isola di Chio,</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il filo rosso che può condurci alla genesi del disegno colombiano, ciò che rende tutto fame di oro e volontà di percorrere le vie del mondo, passa certamente per le molteplici, secolari esperienze, che i genovesi hanno vissuto tra Oriente e Occidente e per quelle dei portoghesi, da sempre impegnati sulla rotte delle Indie. Passa per i suoi viaggi precedenti, che lo hanno condotto dai mari brumosi del nord alle calde rotte africane fino all’isola di Chio, profumata del lentisco ancora monopolio dei genovesi. Per lui, come sempre è accaduto ai suoi conterranei, ciascuno dei luoghi vissuti rappresenta solo una tappa nella conoscenza del mondo. Chio allora, ultimo baluardo genovese nel Mediterraneo orientale, è soltanto uno degli anelli di una catena più antica e più lunga; di un itinerario che ai tempi di Colombo, più non si percorre, ma che, due secoli prima, era battuto “il dì e la notte”, come aveva raccontato un altro uomo d’affari, Francesco di Balduccio Pegolotti, quando − tra Due e Trecento − genovesi e veneziani si avvicendavano negli scambi con il grande impero mongolo, quando la leggenda del prete Gianni sembrava prender corpo nel battesimo ricevuto da Giorgio, re degli Ooguti. Certamente allora il Gran Khan Kubilai, immerso nelle bellezze e nelle ricchezze della sua capitale estiva, la hangdu-Xanadu, mito inestinguibile anche per gli Occidentali, poteva davvero essere dipinto dal veneziano (o forse dalla penna più ardita del romanziere pisano Rustichello) come un “principe perfetto”, attorniato da funzionari di varie culture ed etnie, tra cui Marco Polo stesso. E i più taciturni genovesi, nel loro fin troppo silenzioso, ma ben dimostrato, muovere tra Oriente e Occidente, sceglievano anch’essi di vivere in quelle lontane plaghe e spesso vi morivano, come i due ragazzi Ilioni, i cui nomi restano impressi nelle lapidi orientalizzanti di Yang Chou.</p>
<p>Poi tutto era cambiato. I frantumi del grande impero mongolo e l’espansione turca avevano rafforzato le esperienze iberiche e anche quelle atlantiche, in cui già da tempo i genovesi erano attivi, tanto che, da quasi due secoli, le isole oceaniche e le coste dell’Africa occidentale erano punteggiate di loro presenze. Il già ricordato documento Assereto, forse la più famosa tra le testimonianze genovesi che riguardano Colombo, ne fornisce una concreta sintesi, dimostrando quanto la realtà atlantica gli fosse familiare.</p>
<p>I sogni di Colombo, però, sono altrove. Quelli restano − e tali sarebbero rimasti nell’immaginario europeo − ben radicati in un Oriente lontano, ricco, luminoso di sete, di ori, di perle. E’ di questo Oriente che ci si vuole riappropriare, anche quando la cartografia abbandona la tradizione per inoltrarsi in più precise certezze. Per questo il<em> Milione</em> dunque resta ancora lì, con la sua dominante centralità culturale, a certificare quell’aspirazione più che la concreta realtà. Lo suggerisce la natura di un testo complesso ed ambiguo, dove ad un nocciolo di natura economica, probabilmente incentrato su un manuale di mercatura e “memoria” di un mercante per altri mercanti, è stato sovrapposto un involucro di meraviglie, in cui visto e non visto si mescolano senza sosta. Questo è <em>il Milione</em>, fonte inesauribile di ogni operazione culturale, dal famoso <em>Atlante Catalano</em> del 1375, al <em>Diario</em> e alle relazioni colombiane.</p>
<p>Dunque non stupisce che l’Ammiraglio del Mare Oceano ne chieda una copia a John Day. Il testo gli arriva, stampato ad Anversa nel 1485 e oggi conservato, con altri libri suoi, nella Biblioteca Colombiana di Siviglia e postillato dalla mano dell’Ammiraglio (ma non solo da lui), ha fatto congetturare una sua conoscenza diretta del <em>Milione</em> solo a partire da quel momento; da quando, cioè, incomincia ad accumulare prove a sostegno delle proprie tesi, ormai apertamente combattute. Ma se la presenza, seppur rarefatta, di memorie poliane già nel <em>Diario</em>, unita alla celebrità del <em>Devisement du monde</em>, fa escludere questa ipotesi, proprio l’ostinata attenzione di Colombo nei confronti di questo libro ci aiuta a capire qualcosa di più su di lui e sulla sua epoca. Da un lato, essa conferma infatti la sua identità di figlio dell’Europa mediterranea, per il quale scoprire il mondo e descriverlo fa tutt’uno con la spinta mercantile che costituisce l’essenza del suo modo di essere. Dall’altro dimostra per quali ragioni di fondo l’Occidente è destinato a restare, per gli europei il luogo privilegiato di un’inesausta ricerca d’Oriente. I miti non si distruggono con facilità, neppure a colpi di viaggi e di cartografia. La triade veneziano-pisano-genovese, che sta alla base del <em>Milione</em> (steso da un pisano su memorie di un veneziano in una prigione genovese) e che colloca un “principe perfetto” − ma orientale − al centro del discorso e il volontario recupero fattone da Colombo consentono, infine, di sovrapporre, senza confonderle, le figure dei due protagonisti. In quest’unione virtuale tra Polo e Colombo si consuma il passaggio dall’Europa mediterranea a quella atlantica. Tutto questo è testimoniato da una semplice lettera privata. Non a caso, però, uno dei due corrispondenti è Cristoforo Colombo.</p>
<p>Bibliografia</p>
<p>J. Gil – C. Varela (ed.), <em>Cartas de particulares a Colόn y relaciones coetáneas</em>, Madrid 1984.</p>
<p>G. Airaldi, <em>Dall’Eurasia al Nuovo Mondo. Una storia italiana (secc. XI-XVI)</em>, Genova 2007. </p>
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		<title>Genova e Marsiglia: un confronto (secc. VI-XI)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sandra Origone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Jul 2023 15:59:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p align="justify">A Dante, massimo poeta italiano, il mondo del mare non era estraneo, anzi ne aveva  tratto conoscenze e immagini per il suo poema. La sua ammirazione per un personaggio, il poeta poi vescovo di Tolosa Folchetto, nativo di Marsiglia ma di famiglia genovese (probabilmente un Anfossi), suggerisce alcune considerazioni sulla percezione del rapporto fra le due città da parte dei contemporanei. Nel Paradiso dantesco il trovatore, che nelle sue poesie aveva riversato la consapevolezza del contesto marittimo a lui familiare,</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">A Dante, massimo poeta italiano, il mondo del mare non era estraneo, anzi ne aveva  tratto conoscenze e immagini per il suo poema. La sua ammirazione per un personaggio, il poeta poi vescovo di Tolosa Folchetto, nativo di Marsiglia ma di famiglia genovese (probabilmente un Anfossi), suggerisce alcune considerazioni sulla percezione del rapporto fra le due città da parte dei contemporanei. Nel Paradiso dantesco il trovatore, che nelle sue poesie aveva riversato la consapevolezza del contesto marittimo a lui familiare, si presenta indicando lo spazio mediterraneo che gli aveva dato i natali e dice: «di quella valle – ovvero il Mediterraneo, – io fui litoraneo tra Ebro e Macra» (<em>Paradiso</em>,IX, 82-92), poiché era nato a metà tra le foci di questi due fiumi, l’una posta in Catalogna, l’altra in Liguria, e dunque proprio là dove sorge la città di Marsiglia. La patria di Folco non viene definita col nome preciso del luogo della sua nascita, bensì con un’allusione al contesto che lo aveva generato, lo spazio marittimo, colto qui nella sua unità geografica e culturale, nel quale fin dall’inizio la città ligure e quella provenzale si incontrarono, si misurarono, si sfidarono. </p>
<p align="justify"><b>La navigazione</b></p>
<p align="justify">Nell’alto medioevo la storia aveva avvicinato le due città, anche se le fonti, scarse e rarefatte di questi secoli, consentono solo sporadici confronti. Per un breve periodo, dal 510 al 536, dopo che Teodorico ebbe conquistato la Provenza, entrambe fecero parte del dominio ostrogoto. I loro contatti dipendevano dai collegamenti marittimi che ancora nel periodo bizantino univano la costa tirrenica, da Roma a Genova, alla Provenza, alla Spagna, come ricorda un famoso passo di Procopio di Cesarea (<em>Bellum Gothicum</em>, II, 12). Del resto, almeno fino al VII secolo, Marsiglia, Arles ed altri centri minori, tra cui Nizza e Lérins, continuarono a mantenere relazioni via mare con l’Italia, la Spagna, l’Africa ed il Levante, dove si esportavano schiavi, tessuti e legname per importare spezie, vino di Gaza e Falerno, olio, riso, datteri, papiro, manufatti in pelle e seta richiesti dalle regioni merovingiche. La storiografia ha impostato il problema delle relazioni tra Provenza e Tirreno nel quadro più generale dell’interruzione, causata dalle scorrerie saracene, e della ripresa dei traffici nel Mediterraneo.</p>
<p align="justify">Si ritiene, tuttavia, che la navigazione alto medievale si sia mantenuta in vigore, seppure a regime ridotto, anche nei periodi meno propizi, ed è probabile che Marsiglia e Genova abbiano assolto al ruolo di sbocco marittimo, rispettivamente per i Franchi, la prima, per i Longobardi, la seconda. In seguito, tra la seconda metà dell’VIII e l’inizio del IX secolo, entrambe le città furono coinvolte nelle azioni diplomatiche della corte franco-carolingia, quando Marsiglia accolse la nave che trasportava un inviato da Bagdad (768) e quando Genova riunì un convoglio per ritirare in Africa il famoso elefante Abul Abbas, dono del sultano a Carlo Magno (802), mentre pochi anni dopo la città fu impegnata a organizzare una spedizione per rintuzzare gli attacchi arabi alla Corsica (806-807). Sembra che in questo arco di tempo si fossero mantenuti movimenti di navi tra Marsiglia, Roma e l’Italia, per quanto in casi del tutto eccezionali, sicché vascelli mercantili provenienti da porti italiani potevano aver raggiunto quello di Marsiglia. E’ anche stato ipotizzato che intorno all’862 un circuito mercantile andasse da Genova oltre il mar Ligure verso Occidente. Ma le incursioni dei pirati saraceni, che a partire dalla seconda metà del IX secolo si abbatterono insistentemente sulla Provenza, ebbero probabilmente effetti negativi sugli sporadici collegamenti costieri di quel periodo. Quando gli assalti dei saraceni si fecero pressanti, il re Ugo di Provenza non poteva contare su adeguate risorse locali per interrompere i rifornimenti che venivano al nemico dalla Spagna e chiese all’imperatore bizantino Romano Lecapeno di inviargli le navi a vela definite chelandie, dotate del fuoco greco e spesso usate a fini militari (<em>Liutprandus</em>, <em>Antapodosis</em>, V, 9). Peraltro, focalizzando il X secolo, in ragione del recente consolidamento del califfato di Cordova e del conseguente, probabile controllo sulla pirateria islamica, la storiografia ha colto le condizioni per una progressiva riduzione dell’aggressività musulmana sul mare. Ciò avrebbe consentito alle campagne di riprendersi e alle flotte delle città marinare di progredire nella navigazione lungo la costa occidentale del Mediterraneo: non si spiegherebbe altrimenti, se non grazie ad una lenta e continua riapertura dei contatti marittimi, il cambiamento del quadro delle relazioni Genova-Mediterraneo occidentale all’inizio del secolo XII di cui sono segnali evidenti la menzione nella tariffa genovese del 1128 delle navi cariche di sale provenienti dalla Provenza e degli schiavi saraceni importati da mercanti di Barcellona nella città ligure, da una parte, e la presenza di navi genovesi a Fréjus e St. Raphael, dall’altra (<em>Libri Iurium</em>, I/1, doc. 3).</p>
<p align="justify">  In particolare Genova e Marsiglia ricorrono precocemente nei <em>Miracula beati Egidii</em>, redatti da Pietro Guglielmo nel primo quarto del XII secolo, laddove si parla del miracolo di Sant’Egidio che salva una nave grazie alle preghiere del <em>miles</em> anonimo, un guascone del comitato di Bigorre al servizio del re aragonese Ildefonso, liberato dai genovesi in Almeria (<em>Miracula,</em> p. 321). Nel passo si notano diversi aspetti che avrebbero contraddistinto anche in seguito la navigazione lungo quelle coste: da un lato, i traffici dei genovesi tra potentati saraceni e Provenza, il loro impegno nella liberazione dei cristiani catturati dai saraceni, dall’altro, il ruolo di Marsiglia come rifugio sicuro per le navi inseguite o colte da tempesta sulle rotte in direzione di Barcellona e delle Baleari.</p>
<p align="justify"><strong>La presenza ebraica</strong></p>
<p align="justify">    Le due città compaiono di nuovo nel resoconto di Benjamin da Tudela (Benjamin da Tudela, pp. 43-44), l’ebreo spagnolo che dedicò il suo viaggio, terminato nel 1173, alla ricerca delle comunità dei propri correligionari spostandosi per terra e per mare dalla Navarra al medio Oriente, arrivando ai luoghi sacri della Bibbia, a Bagdad, all’Egitto e visitando Costantinopoli, Salonicco, Roma e la Sicilia. Dal suo testo scaturisce un ulteriore confronto a proposito della presenza ebraica, che in genere può essere considerata come un fattore determinante per il risveglio dell’attività mercantile. Nella descrizione del viaggiatore, Marsiglia è una città abitata da uomini illustri e dotti e ospita una numerosa e ben strutturata comunità ebraica. Genova, invece, ospita solo due ebrei, provenienti da Ceuta. La constatazione di Benjamin da Tudela suggerisce alcune considerazioni, ovvero appare evidente che a Marsiglia si era mantenuta nel tempo una continuità ininterrotta della presenza ebraica, già numerosa nel VI secolo. In seguito, nei secoli più critici per il commercio internazionale, come aveva suggerito Georges Duby gli ebrei delle città provenzali si sarebbero occupati soprattutto di investimenti fondiari nelle aree rurali, dunque probabilmente essi non avevano abbandonato la regione e avevano mantenuto il prestigio del loro insediamento contribuendo alla vivacità culturale e alla ricchezza dei luoghi. In tutti i principali centri che si succedono da Barcellona a Marsiglia, Béziers, Montpellier, Posquières (Vauvert), St. Gilles, Arles, il viaggiatore ebreo incontra autorità rabbiniche di primo piano e solide comunità di saggi ed eruditi famosi, mentre la scuola religiosa di Lunel trasmette i saperi ebraici attraendo studenti provenienti da paesi lontani. Alcune di queste città sono ricordate anche per i commerci fiorenti. Montpellier, famosa per la scuola di medicina, in particolare è frequentata da pisani, genovesi e da altri mercanti provenienti dal Portogallo, dalla Lombardia, dalla Francia, dalla Grecia, dall’Inghilterra e dall’Asia.</p>
<p align="justify">   Nella città ligure, invece, la continuità della comunità ebraica, che pure anche qui doveva essere rilevante nel VI secolo, si era persa del tutto; ma i mercanti genovesi già nella seconda metà dell’XI secolo avevano incominciato a gestire direttamente i traffici mediterranei ed erano entrati in contatto con i mercanti ebrei del Vecchio Cairo. La prima notizia sulla rinnovata presenza di abitanti ebrei a Genova risale al 1134, tuttavia si riferisce a un’imposizione religiosa, in vigore forse in passato trattandosi dell’obbligo per ciascuno di loro di offrire ogni anno 3 soldi in olio per l’illuminazione dell’altare nella cattedrale di San Lorenzo (<em>Libri Iurium</em> I/3, doc. 568). È stato anche indicato, con l’esempio di Solimano <em>de Salerno</em>, come altri personaggi trasferitosi dal Midì a Genova, che presenze ebraiche ruotassero intorno ad immigrati dalla Provenza e dalla Linguadoca, abituati a gestire i traffici con l’Oriente e a trattare con musulmani ed ebrei (Slessarev, p. 70). Per l’epoca successiva sono possibili ulteriori confronti attraverso esempi forniti dalla documentazione. Grazie alla dottrina che animava la comunità ebraica di Marsiglia, all’inizio del XIII secolo, un cantore del Vecchio Cairo poté rinvenire nella città il testo di un prezioso poema liturgico, a lui altrimenti inaccessibile (Goitein, p. 221). Anche a Genova, a quel tempo, intorno alla comunità ebraica ruotava un ambiente intellettuale religioso e circolavano testi sacri ebraici (Jehel, p. 214). Ma, se guardiamo all’insieme delle circostanze esposte, le presenze ebraiche in questa città si erano rarefatte a tal punto nel periodo precedente che, quando vi ricompaiono  nel XII secolo, non è possibile pensare a una qualche continuità, bensì a un nuovo interesse suscitato dalla città che, per il carattere mercantile che la contraddistingueva, attirava forestieri come gli ebrei che i genovesi incontravano sulle altre piazze mediterranee. E, infatti, ciò che colpisce il da Tudela è il successo della città ligure. Egli osserva che il mare ha reso ricchi e potenti i suoi abitanti, i quali ne hanno il dominio, costruiscono galere, compiono atti di pirateria dalla Grecia alla Sicilia e portano i ricchi bottini dei saccheggi nella loro città. Anche Marsiglia, però, città di illustri e dotti abitanti che dista da Genova solo quattro giorni di navigazione, «è una città di commercio, in riva al mare», ormai, quando scrive il viaggiatore ebreo, pronta al suo decollo.</p>
<p align="justify"><strong><span style="font-size: 10pt;">Nota</span></strong></p>
<p align="justify"><span style="font-size: 10pt;">Il testo corrisponde parzialmente e con aggiunte e modifiche a S. Origone, Genova e Marsiglia: un confronto sul mare (secoli XII &#8211; XIII ), in«Annales de l’APLAES», [S.l.], n. 5, janv. 2020.</span></p>
<p align="justify"><strong>Fonti e Bibliografia</strong></p>
<p align="justify">Airaldi G., <em>Groping in the Dark: the Emergence of Genova in the Early Middle Ages</em>, in <em>Miscellanea di Studi storici</em>, II, Genova 1983, pp. 7-17.</p>
<p align="justify">Ashtor E., <em>Gli Ebrei nel commercio mediterraneo nell’Alto Medioevo (sec. X-XI)</em>, in <em>Gli Ebrei nell’Alto medioevo, 30 marzo-5aprile 1978</em>, Settimane CISAM 26, Spoleto 1980, pp. 401-464.</p>
<p align="justify">Belgrano L.T., <em>Il registro della curia arcivescovile di Genova</em>, «Atti della Società Ligure di Storia Patria», II/2 (1862).</p>
<p align="justify">Benjamin da Tudela, Libro di viaggi, a cura di L. Minervini, Palermo 1989.</p>
<p align="justify">Byrne E.H. (1918-1919), <em>Easterners in Genova</em>, «Journal of the American Oriental Society» 1918-1919 (38-39), pp. 176-187.</p>
<p align="justify">Duby G., <em>Les villes du Sud-est de la Gaule du VIIIe au XIe siècle</em>, in <em>La città nell’alto medioevo, 10-16 aprile 1958</em>, Settimane CISAM 6, Spoleto 1959, pp. 231-258.</p>
<p align="justify">Goitein Sh.D., <em>A Mediterranean Society. The Jewish Communities of the Arab World as portrayed in the documents of the Cairo Geniza</em>, II. The Community, Berkeley et Los Angeles, University of California Press, 1971.</p>
<p align="justify">Horden P., Purcell N. (2000), <em>The Corrupting Sea. A Study of Mediterranean History</em>, Londres, Blackwel 2000.</p>
<p align="justify">Kedar B.Z.,<em> Mercanti genovesi in Alessandria d’Egitto negli anni Sessanta del secolo XI</em>, in <em>Miscellanea di studi storici II</em>, Genova 1983, pp. 19-30.</p>
<p align="justify"><em>I</em> Libri Iurium <em>della Repubblica di Genova</em>, I/1, a cura di A. Rovere, Genova 1992; I/3, a cura di D. Puncuh Genova, 1998.</p>
<p align="justify">Lopez R.S., <em>Quaranta anni dopo Pirenne</em>, in <em>La navigazione mediterranea nell’Alto Medioevo (14-10 aprile 1977)</em>, Settimane CISAM 25, Spoleto 1978, pp. 15-31.</p>
<p align="justify">Mc Cormick M., <em>Origins of the European Economy AD 300-900</em>, Cambridge University Press, 2001.</p>
<p align="justify">Miracula Beati Egidii auctore Petro Guillelmo, MGH, <em>Scriptorum</em> XII, ed. G.H. Pertz, Hannover 1856, pp. 316-323.</p>
<p align="justify">Picard Ch., <em>Retour sur la piraterie sarrasine d’Al-Andalus contre le monde latin (Italie et Provence) au IXe et Xe siècle</em>, in F. Cardini, M.L. Ceccarelli Lemut, <em>Quel mar che la terra inghirlanda. In ricordo di Marco Tangheroni</em>, Ospedaletto 2007, II, p.577-605.</p>
<p align="justify">Slessarev Vs., <em>I cosiddetti orientali nella Genova del Medioevo, Immigrati dalla Francia meridionale nella città ligure</em>, «Atti della Società Ligure di Storia Patria», VII. 1 (1967), pp. 38-85.</p>
<p align="justify"> </p>
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		<title>Le origini di Caffa</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jun 2021 07:14:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<h3><em>La città genovese ai margini dell’Europa</em></h3>
<p>Negli studi sulla Crimea medievale un posto rilevante è occupato dalla città di Caffa, sobborgo dell’antica colonia greca di Theodosia, menzionata nel X secolo da Costantino Porfitogenito nel<em> De</em> <em>administrando imperio</em><sup><a id="post-33-footnote-ref-2" href="#post-33-footnote-2">[1]</a></sup>sebbene in riferimento alla guerra del terzo secolo tra Bosforiti e Chersoniti. Il sito frequentato dai popoli della steppa, caduto sotto il governo dell’Orda d’Oro,</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><em>La città genovese ai margini dell’Europa</em></h3>
<p>Negli studi sulla Crimea medievale un posto rilevante è occupato dalla città di Caffa, sobborgo dell’antica colonia greca di Theodosia, menzionata nel X secolo da Costantino Porfitogenito nel<em> De</em> <em>administrando imperio</em><sup><a id="post-33-footnote-ref-2" href="#post-33-footnote-2">[1]</a></sup>sebbene in riferimento alla guerra del terzo secolo tra Bosforiti e Chersoniti. Il sito frequentato dai popoli della steppa, caduto sotto il governo dell’Orda d’Oro, fu oggetto dell’interesse dei genovesi, i quali alla fine del XIII secolo vi fondarono il più importante centro del loro dominio nel Mar Nero. La città ebbe un’eco vastissima nelle fonti medievali e, grazie alla diffusione della fortunata espressione <em>Ianuensium civitas in extremo Europae, </em>se ne comprende immediatamente il significato per gli uomini del tempo, per i loro viaggi e la loro conoscenza. La sua posizione geografica ai margini della civiltà europea, là dove si incontravano popoli che non condividevano nulla con la tradizione comune al mondo occidentale, ne faceva un luogo inconsueto, di contatti con religioni, usi, lingue diversi, ma proprio qui i genovesi avevano costruito il fulcro della loro penetrazione commerciale nel Mar Nero e avevano creato un polo insediativo, amministrativo e culturale di tipo occidentale, un fortilizio ben dotato della loro civiltà, raggiungendo il pieno compimento delle logiche che li avevano portati a stabilirsi in diversi siti sparsi nel Mediterraneo.</p>
<h3><em>La fondazione della città</em></h3>
<p>La nuova città in territorio mongolo fu fondata dai genovesi seguendo una prassi a loro consueta, di cui parla lo storico bizantino Niceforo Gregoras nel XIV secolo: «All’inizio fu fondata piccolissima (e certo non aveva mura e vaste grandezze come ha oggi), tuttavia l’abitarono senza mura delimitando un breve spazio con una fossa ed una palizzata. In seguito pian piano e in breve procedendo nel tempo, con pietre trasportate per terra e per mare la costruirono in larghezza e in altezza, elevandone i tetti verso l’ampio cielo. Così in breve tempo presero di nascosto uno spazio più vasto di quanto fosse stato stabilito. Con il pretesto di disporre di case più numerose e ampie, imponendolo s’intende la quantità delle merci introdotte e portate alla vendita al mercato, allargarono i giri delle mura a indicare progetti più ampi, e così poco alla volta munirono saldamente la città di fortificazioni: in tal modo la salvezza degli abitanti sarebbe stata garantita e non si sarebbe potuto stringerli d’assedio da parte di nessuno»<sup><a id="post-33-footnote-ref-3" href="#post-33-footnote-3">[2]</a></sup>.</p>
<p>Il passo di Gregoras confrontato con altre fonti è stato studiato per ricostruire i particolari complessi e lacunosi dell’origine di Caffa, dal momento che la tradizione annalistica genovese si limita a menzionare i primi genovesi che l’abitarono, forse Baldo Doria o forse Antonio dell’Orto, senza poter accertare se la città fu acquistata, donata o tolta ai mongoli con la guerra. Con certezza, però, sappiamo che l’impianto genovese con un console era già in piena attività nel 1284. I fatti raccontati dallo storico bizantino con una certa approssimazione, che Vergil Cîociltan ha spiegato come il risultato di una <em>narratio </em>continua di un ventaglio di avvenimenti durati una sessantina di anni, dalla fondazione, verso il 1270, alla prima metà del XIV secolo, focalizzerebbero come momento centrale del processo istitutivo la concessione formale del luogo ai genovesi da parte del khan tartaro Ozbek nel 1313, dopo la loro espulsione nel 1308.</p>
<h3><em>Lo sviluppo della città</em></h3>
<p>In realtà il testo dell’autore bizantino suggerisce anche altre valutazioni, in particolare colpisce la prima constatazione della grandezza e della potenza raggiunte in poco tempo da Caffa. Le case, numerose e grandi, per accogliere le merci e la solidità delle fortificazioni segnalate dall’autore bizantino alla metà del XIV secolo compongono l’immagine di magnificenza confermata dal viaggiatore arabo Ibn Baṭṭūṭa, che provenendo dai territori dei Quipchaq raggiunse, trasportato da un carro trainato da cavalli, la grandissima città di al-Kafā in riva al mare, abitata da cristiani in gran parte genovesi sottoposti a un loro governatore (il console, nel testo detto emiro)<sup><a id="post-33-footnote-ref-4" href="#post-33-footnote-4">[3]</a></sup>. L’ammirazione per la prosperità e lo splendore della città ne fece nascere il mito alimentato dagli autori latini del tardo medioevo. Mi riferisco, in particolare, al viaggiatore tedesco Hans Schiltberger, che non solo parla delle due cinte murarie, ma anche della popolazione varia, composta da greci, italiani, armeni e siriaci, i quali hanno i rispettivi vescovi, e dei gruppi ebrei e pagani che convivono con loro<sup><a id="post-33-footnote-ref-5" href="#post-33-footnote-5">[4]</a></sup>.</p>
<h3><em>La città avamposto in difesa della cristianità</em></h3>
<p>Ma è soprattutto nell’opera <em>Ogdoas</em> dell’umanista Alberto Alfieri (ca. 1421), dedicata al genovese Giacomo Adorno, che la ricchezza della città, la sua funzione in difesa della cristianità, la varietà dei popoli che la abitano, suggeriscono il mito di Caffa, <em>Christiani populi maximum tutamen<sup><a id="post-33-footnote-ref-6" href="#post-33-footnote-6">[5]</a></sup></em>, giunto sino a noi grazie alla storiografia dell’Ottocento e primo Novecento attraverso i contributi di autori come Michele Giuseppe Canale e Wilhelm Heyd. E non c’è storico anche tra quelli dell’Europa dell’Est &#8211; in particolare penso a Nikolai Murzakevič, Mihail Volkov, Anatolij Matveevič Čiperis, Elena Č. Skrižinskaia, M. K. Starokadomskaja, E. Vasil’evna Danilova, Georg I. Bratianu &#8211; che, scrivendo sul mar Nero, non abbia tenuto conto dell’importanza di Caffa per la sua resistenza agli ottomani e come fulcro della documentazione che ci è pervenuta sulla Crimea.</p>
<p>Di certo conosceremmo assai meno della storia dei popoli di quest’area se non avessero interagito con la dominazione genovese e con la tradizione culturale latina. In realtà, tuttavia, il processo di interazione con i popoli delle steppe è retaggio bizantino, ereditato dai genovesi quando si insediarono nella Crimea ricevendo l&#8217;insediamento di Caffa dal khan tartaro.</p>
<p><strong>Fonti edite</strong></p>
<p>Nicephorus Gregoras, <em>Byzantina Historia</em>, a cura di L. Schopen, Impensis ed. Weberi, Bonn 1830.</p>
<p>Alfieri A. – Cerruti A., <em>L’Ogdoas di Alberto Alfieri. Episodi di storia genovese ai primordi del secolo XV</em>, in «Atti della Società Ligure di Storia Patria», XVII (1885), 311-318.</p>
<p>Constatine Porphyrogenitus, <em>De administrando imperio</em>, a cura di Gy. Moravcsik – R.J.H. Jenkins, Washington 1967.</p>
<p>Ibn Baṭṭūṭa, <em>I viaggi</em>, a cura di C. M. Tresso, Einaudi, Torino 2006.</p>
<p>Schiltberger H., The Bondage and Travels of Johan Schiltberger, a Native of Bavaria in Europe, Asia and Africa, 1396-1427, a cura di K. F. Neumann, traduzione italiana J. Buhcan Telfer (<a href="http://www.pgdp.net/" target="_top" rel="noopener">http://www.pgdp.net</a>).</p>
<p><strong>Bibliografia </strong></p>
<p>Murzakević N. , <em>Storia delle colonie genovesi in Crimea</em>, Odessa 1837, traduzione in italiano M. T. Dellacasa, <em>Storici russi del Levante Genovese: Nicolai Murzakevič</em>, in <em>Miscellanea di Storia Ligure in memoria di Giorgio Falco</em>, Tipografia Ferrari Occella e C. di Alessandria, Genova 1966 , 354-441.</p>
<p>Canale M.G., <em>Della Crimea del suo commercio e dei suoi dominatori</em>, Nicolò Armanino Litografo, Genova, 1855-1856.</p>
<p>Heyd W., <em>Histoire du commerce du Levant au Moyen Âge</em>. Harrassowitz, Leipzig 1885-1886.</p>
<p>Balard M., <em>La Romanie génoise (XIIe &#8211; début du Xve siècle)</em>, Società Ligure di Storia Patria, Genova 1978.</p>
<p><em>Cinquant’anni di storiografia medievistica italiana e sovietica. Gli insediamenti genovesi nel mar Nero, </em>in <em>Atti del Convegno storico italo-sovietico e della Tavola Rotonda</em>, <em>Genova 11-13 novembre 1976, </em>Genova 1982.</p>
<p>Volkov V., <em>Quattro anni della città di Caffa (1453, 1454, 1455, 1456), </em>in<em> Saggi e documenti II.1, Civico Istituto Colombiano,</em> Genova, 1982, 25-268.</p>
<p><em>Storici Sovietici del Levante genovese, a cura di A. Prefumo, Genova, Civico Istituto Colombiano, 7, </em>Genova 1985.</p>
<p>Balard M., <em>Caffa Ianuensis civitas in extremo Europae</em>, in «Rivista di Bizantinistica», III, 1993, 65-181.</p>
<p>Cîociltan V., <em>Aux origines d’une confusion historique: Nicéohore Grégoras et la fondation de Caffa</em>, in<em> «</em>Il mar Nero. Annali di archeologia e storia»<em>,</em> IV , 1999/2000, 43-150.</p>
<p>Bratianu G.I<em>., La Mer Noire. Des origines à la conquête ottomane, </em>Kryos, Paris 2009.</p>
<p>Origone S., <em>Colonies and Colonization</em>, in <em>A Companion to Medieval Genoa</em>, a cura di C.E. Beneš, Brill, Leiden Boston 2018, 496-520.</p>
<p>Origone S., <em>La Crimea tra popoli della steppa, bizantini e genovesi,</em> in G. Airaldi, S. Origone, P. Stringa, C. Varaldo, <em>Storie e storici del Mediterraneo medievale</em>, a cura di S. Origone, Genova, Quaderni del CeSGO, 1, Genova 2020, 77-92.</p>
<ol>
<li id="post-33-footnote-2">
<p>Constantine Porphyrogenitus<em>, </em>edizione 1967, 5. <a href="#post-33-footnote-ref-2">↑</a></p>
</li>
<li id="post-33-footnote-3">
<p>Nicephorus Gregoras, edizione 1830, II, 684-685. <a href="#post-33-footnote-ref-3">↑</a></p>
</li>
<li id="post-33-footnote-4">
<p>Ibn Baṭṭūṭa, 2006, 354, 364. <a href="#post-33-footnote-ref-4">↑</a></p>
</li>
<li id="post-33-footnote-5">
<p>Schiltberger, http://www.pgdp.net. <a href="#post-33-footnote-ref-5">↑</a></p>
</li>
<li id="post-33-footnote-6">
<p>Alfieri – Cerruti, 1885, 311-318. <a href="#post-33-footnote-ref-6">↑</a></p>
</li>
</ol>
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