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	<title>Storiografia &#8211; CeSGO</title>
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	<description>Centro Studi Storici sui Genovesi e l&#039;Oltremare</description>
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		<title>Liguria, la progressiva definizione del territorio regionale: dalle Alpes Cottiae alla Provincia Maritima Italorum</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sandra Origone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Dec 2023 08:47:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storiografia]]></category>
		<category><![CDATA[Wiki Commons]]></category>
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					<description><![CDATA[<p align="justify"><strong>La Liguria, una regione tra Alpi e Mediterraneo</strong></p>
<p>In un articolo pubblicato oltre cinquant’anni fa Geo Pistarino aveva segnalato il problema del nome della Liguria: « […] un nome arcaico, tra i più antichi d’Italia, sopravvissuto ad una lunga avventura, che ha conosciuto vicende alterne, momenti oscuri e periodi di fervore culturale. E tuttavia, per quanto possa sembrare strano, non esiste una Liguria come designazione ufficiale d’una struttura politica, giuridica, amministrativa,</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><strong>La Liguria, una regione tra Alpi e Mediterraneo</strong></p>
<p>In un articolo pubblicato oltre cinquant’anni fa Geo Pistarino aveva segnalato il problema del nome della Liguria: « […] un nome arcaico, tra i più antichi d’Italia, sopravvissuto ad una lunga avventura, che ha conosciuto vicende alterne, momenti oscuri e periodi di fervore culturale. E tuttavia, per quanto possa sembrare strano, non esiste una Liguria come designazione ufficiale d’una struttura politica, giuridica, amministrativa, religiosa, che corrisponda integralmente all’odierna regione dalla notte dei tempi sino all’età moderna».</p>
<p>Lo studioso evidenziava poi le oscillazioni della forma della Liguria, sulla base delle due tendenze, l’una orizzontale in conformità con la linea di costa, l’altra verticale proiettata verso l’interno, e la conseguente dialettica tra due strutture contrapposte, la Maritima bizantina e le Marche di Berengario marchese di Ivrea, con finalità diverse legate alle dinamiche del mare la prima, a quelle della terra la seconda<a href="#sdfootnote1sym" name="sdfootnote1anc">1</a>.</p>
<p>Nell’evoluzione dalla Liguria romana a quella medievale una fase particolarmente critica è quella tra la fine del V secolo e l’invasione longobarda dell’Italia nel secolo successivo, quando si succedettero rapide fluttuazioni dei confini regionali a causa degli eventi militari. Le fonti relative a questo periodo sono state ampiamente discusse in ragione delle contraddizioni, delle diverse possibilità interpretative e della loro attendibilità.</p>
<p><strong>La Liguria di<em> Iordanes</em> e di Procopio di Cesarea</strong></p>
<p>Nelle fonti tardo-antiche si colgono incertezze sul territorio occupato dalla Liguria, il nome della regione e il suo status amministrativo che in effetti furono soggetti a diversi cambiamenti. Certamente Diocleziano trasformò l’antica prefettura alpina delle <em>Alpes</em> <em>Cottiae</em> in provincia e la annesse alla diocesi italiana<a href="#sdfootnote2sym" name="sdfootnote2anc">2</a>. Sembra che questo imperatore ne avesse accresciuto l’estensione verso la pianura, anche se la<em> Notitia Dignitatum</em>, fonte probabilmente redatta almeno per la <em>pars Occidentis</em> dell’impero a Costantinopoli nel V secolo<a href="#sdfootnote3sym" name="sdfootnote3anc">3</a>, non riporta tale cambiamento. Lo storico <em>Iordanes</em>, tuttavia, autore del VI secolo, riferendosi però alle operazioni militari di Stilicone (IV-V secolo), vi include la città di Pollenzo, mentre Procopio di Cesarea scrive «Nelle Alpi che separano i Galli dai Liguri, dette dai Romani Alpi Cozie, vi sono molte fortezze…»<a href="#sdfootnote4sym" name="sdfootnote4anc">4</a>, lasciando intendere una conformazione molto alpina della regione.</p>
<p>Nella seconda metà del VI secolo Marcellino <em>Comes</em>, contemporaneo di Procopio e di Iordanes, fornisce una descrizione della Liguria conforme a quella del IV secolo. In un passaggio del suo<em> Chronicon</em> indica Genova come una città della costa tirrenica appartenente all’assetto politico della Liguria: «Theudibertus Francorum rex cum magno exercitu adueniens Liguriam totamque depraedat Aemiliam. Genuam oppidum in litus Tyrrheni maris situm euertit ac praedat. Exercitu dehinc suo morbo laboranti ut subueniat, paciscens cum Belisario ad Gallias reuertitur »<a href="#sdfootnote5sym" name="sdfootnote5anc">5</a>.</p>
<p><strong>Le <em>Alpes Cottiae</em>, un problema di datazione: il <em>Laterculus</em> di Polemio Silvio fonte di Paolo Diacono</strong></p>
<p align="justify">Nella seconda metà del VI secolo la situazione amministrativa della regione probabilmente cambiò proprio in relazione alle <em>Alpes Cottiae.</em> In un passo famoso l’autore dell&#8217;<em>Historia Langobardorum</em>, Paolo Diacono, descrive la provincia in questi termini delineando per primo il rapporto tra le <em>Alpes Cottiae, le Alpes Appenninae</em> e la Liguria: «La seconda provincia (dell’Italia) ha nome Liguria, dai legumi che vi si raccolgono di cui essa è ricca. In essa vi si trovano Milano e Ticino, che con altro nome è detta Pavia. Essa si estende fino ai confini delle Gallie […]. La quinta provincia si chiama Alpi Cozie; queste sono così dette dal re Cozio dai tempi di Nerone. Questa provincia si estende dalla Liguria fino al mare Tirreno, secondo la direzione delle Alpi stesse, e confina ad occidente con le Gallie. In essa vi sono le città di Acqui, dove si trovano delle acque calde, Tortona, Bobbio col monastero, Genova e Savona […].Quindi la nona provincia è costituita dalle Alpi Appennine, che hanno origine dove finiscono le Alpi Cozie […]. Vi sono quelli che dicono le Alpi Cozie e quelle Appennine sono un’unica provincia, ma lo nega (Aurelio) Vittore definendo nella sua Storia le Alpi Cozie una provincia a parte. Quindi la decima provincia, l’Emilia, inizia dalla Liguria e occupa la regione fra le Alpi Appennine ed il corso del Po fino a Ravenna»<a href="#sdfootnote6sym" name="sdfootnote6anc">6</a>.</p>
<p>L’attenzione degli studiosi si è rivolta alle fonti cui avrebbe attinto lo storico dei Longobardi, ovvero in particolare il <em>Laterculus</em> di Polemio Silvio risalente al 448-449, mentre l’interpolazione che qui interessa sarebbe successiva<a href="#sdfootnote7sym" name="sdfootnote7anc">7</a>. Se ne deduce che ad un certo momento le <em>Alpes Cottiae</em> si estesero sino a comprendere la costa ligure come indica l’espressione in quibus est Genua, presente nella sola tradizione del <em>Laterculus</em> della Cattedrale di Spira, il cui originale è andato perduto privandoci della possibilità di una datazione. Secondo le indagini più recenti questa modifica amministrativa risalirebbe alla seconda metà del VI secolo, successivamente al termine della guerra gotica e in corrispondenza o, meglio, a seguito dell’invasione longobarda e dopo che la provincia Alpes Cottiae avrebbe perso completamente l’area montana assorbita dal regno dei Franchi nel 575-577<a href="#sdfootnote8sym" name="sdfootnote8anc">8</a>. A questa datazione riconducono alcune evidenze note agli studiosi che si sono occupati dell’argomento.</p>
<p>Una conferma sulla datazione proviene da Giovanni Diacono, autore di una biografia di Gregorio Magno nel IX secolo: l’autore afferma che il patrimonio della Chiesa nella provincia, identificata dal Febre col territorio delle <em>Alpes Cottiae,</em> era già costituito ai tempi del celebre papa, dunque tra VI e VII secolo<a href="#sdfootnote9sym" name="sdfootnote9anc">9</a>. Il <em>Liber Pontificalis</em> inoltre asserisce che il re longobardo Ariperto restituì il patrimonio a suo tempo confiscato alla chiesa all’inizio del VII secolo<a href="#sdfootnote10sym" name="sdfootnote10anc">10</a>.i</p>
<p>Era stata dunque creata una circoscrizione amministrativa abbastanza importante e duratura da generare una “memoria patrimoniale” nella Chiesa di Roma. Tale nuovo assetto del territorio garantiva una linea difensiva continua, suddivisa in due parti, <em>Alpes</em> <em>Cottiae e Alpes Appenninae</em>, per creare un’organizzazione più snella, rivolta a contenere l’invasione longobarda dilagata nella Pianura Padana.</p>
<p>Nel 584 la costituzione dell’Esarcato di Italia probabilmente non interferì sull’assetto provinciale, che secondo l’interpretazione più recente riguarderebbe il vertice dell’organizzazione ai fini di garantire un comando autocratico, direttamente dipendente dall’imperatore, capace di gestire la situazione militare e di negoziare con pieni poteri<a href="#sdfootnote11sym" name="sdfootnote11anc">11</a>. Inoltre La <em>Descriptio orbis Romani</em> di Giorgio di Cipro, un testo tramandato insieme alle <em>Notitiae episcopatuum</em> propone una nuova articolazione dell’Italia del tempo, strutturata in cinque regioni: Urbicaria, Annonaria, <em>Kampanias</em>,<em> Kalabrias tôn Brittiôn</em>, <em>Aimilias</em><a href="#sdfootnote12sym" name="sdfootnote12anc">12</a>. L’intepretazione di P. M. Conti, che ricollega questi assetti ad una riforma messa in atto sotto Tiberio II (578-582), è stata messa in discussione sulla base di analisi storiche, filologiche e culturali<a href="#sdfootnote13sym" name="sdfootnote13anc">13</a>.</p>
<p align="justify">Insomma, né la nascita dell’Esarcato né le presunte Eparchie del Ciprio ci consentono di datare efficacemente la nascita delle nostre <em>Alpes Cottie</em>. È certo invece che nel VII secolo mutarono le circoscrizioni amministrative e soprattutto gli assetti istituzionali urbani, con la nascita di figure che andavano a sommare potere militare e potere civile (<em>dux, magister militum</em>)<a href="#sdfootnote14sym" name="sdfootnote14anc">14</a>. Il tutto appare comunque molto incerto e disomogeneo<a href="#sdfootnote15sym" name="sdfootnote15anc">15</a>.</p>
<p align="justify"><strong>Una fonte trascurata: Agazia di Mirina</strong></p>
<p align="justify">Può offrire un contributo al problema della datazione delle <em>Alpes Cottiae</em> di Paolo Diacono un passo degli <em>Historiarum Libri Quinque</em> di Agazia, autore greco del VI secolo, che si sofferma sulla scorreria dei Franchi, avvenuta nel 554, con questa osservazione: «E dunque (i Franchi) se ne andavano subito, avendo lasciato alla loro destra il golfo dello Ionio e tutta la sabbiosa via costiera, seguendo il percorso ai piedi del monte Appennino. Giunti così direttamente in Emilia e nelle Alpi Cozie, a stento potevano attraversare il Po»<a href="#sdfootnote16sym" name="sdfootnote16anc">16</a>.</p>
<p align="justify">Ciò che descrive Agazia è abbastanza chiaro: i Franchi, risalendo l’Italia e lasciandosi alla propria destra un mare che lo storico denomina Ionio ma che corrisponde all’attuale Adriatico, ad un certo punto si trovano, ai piedi dell’Appennino, ad un bivio: alcuni di loro vanno in Emilia, altri vanno nelle <em>Alpes Cottie,</em> in questo passo evidentemente considerate come una regione confinante con la prima, ai piedi dell’Appennino, e a sud del Po, fiume che poi essi attraversano non senza difficoltà. Mi pare che ci siano tutte le condizioni per poter dire che questo passo descriva le<em> Alpes Cottie</em> esattamente come la regione indicata da Paolo Diacono.</p>
<p align="justify">La costituzione delle <em>Alpes Cottie</em> non poté certo avvenire nel corso della guerra o immediatamente dopo, ma si può ipotizzare che lo storico bizantino nel descrivere l’episodio del 554 avesse in mente un assetto istituzionale successivo e che si possa precisare la forbice cronologica della nuova sistemazione indicando come <em>terminus post</em> <em>quem</em> il 568 o più precisamente, in considerazione anche delle osservazioni sopraindicate e di quelle più recenti di Dallas DeForest sulla datazione delle Storie, una data alla fine degli anni Settanta<a href="#sdfootnote17sym" name="sdfootnote17anc">17</a>, ma non posteriore al 582/584 quando lo storico moriva. Agazia avrebbe dunque potuto riferirsi, forse per una svista, al nuovo assetto della regione scrivendo di fatti avvenuti precedentemente solo in questo arco di tempo, non prima e non dopo.</p>
<p align="justify">Del resto, la concezione tradizionale della Liguria intesa come provincia transpadana e conforme al contesto cronologico di riferimento è presente nel testo di Agazia, come si rileva dal seguente passo relativo alle vicende legate all’invasione franco-alemanna dell’Italia del 553 d.C.: «I Goti che abitavano l&#8217;Emilia, la Liguria e le regioni vicine, che precedentemente, più per timore che per buona disposizione, avevano stipulato in modo infido e forzato una pace e un’alleanza militare (coi Bizantini), fattisi coraggio, infransero apertamente la tregua e subito si recarono dai barbari (i Franchi), che erano loro simili per la condotta di vita»<a href="#sdfootnote18sym" name="sdfootnote18anc">18</a>.</p>
<p align="justify"><strong>La Provincia <em>Maritima Italorum</em>: ultimo assetto della Liguria bizantina</strong></p>
<p align="justify">Nel 594 d.C. Agilulfo sfondò il confine in Lunigiana e creò un corridoio permanente di comunicazione tra l’entroterra padano e l&#8217;Italia centrale, aprendosi la via per Roma sulla quale, infatti, compì un&#8217;incursione. È in quel momento che venne rotto l’asse longitudinale tra le <em>Alpes Cottiae</em> e le <em>Appenninae</em>, e la “nostra” Liguria, si trovò, di fatto, isolata via terra. È possibile che in quel momento le Alpes Cottiae siano state trasformate in una nuova entità amministrativa.</p>
<p align="justify">Alla metà del VII secolo, un anonimo chierico di Ravenna compose un’opera secondo alcuni tratta dalla <em>Tabula Peutingeriana</em>, chiamata <em>Cosmographia</em>, che ebbe un larghissimo successo nel medioevo soprattutto perché venne ampiamente ripresa nel XII secolo da un altro autore, Guido da Pisa<a href="#sdfootnote19sym" name="sdfootnote19anc">19</a>. Descrivendo tutto il mondo conosciuto, al Libro IV, capitolo 29, l’Anonimo affronta l’Italia. Essa viene divisa in diciotto province, ecco il passo che riguarda la nostra attuale Liguria:</p>
<p align="justify">«L&#8217;Italia possiede diciotto famosissime province, cioè la Liguria, la provincia delle Venezie, l’Istria quindi di seguito, lungo la strada imperiale vicina alla sopraddetta provincia della Liguria Transpadana vi è la provincia chiamata Emilia […], quindi la Provincia Maritima Italorum, detta di Luni, di Ventimiglia e di altre città»<a href="#sdfootnote20sym" name="sdfootnote20anc">20</a>.</p>
<p align="justify">A differenza di quanto possiamo riscontrare per le <em>Alpes Cottiae</em>, la <em>Provincia Maritima</em> <em>Italorum</em> è riscontrabile nel solo testo del Ravennate. E’ possibile che restituisca una circoscrizione amministrativa realmente esistita, anche se essa contraddice quella naturale concezione della “Liguria” come area geografica fortemente integrata con il retroterra padano, quale era stata prima e come tornerà ad essere dopo. Solo l’espansionismo genovese del secondo medioevo riproporrà un’area politicamente coesa limitata all’arco tirrenico come fu la <em>Maritima</em>.</p>
<p align="justify">Nell’ottica dell’integrazione politico-territoriale, la <em>Maritima</em> rappresenta l’ultima manifestazione della Liguria antica, e l’ingresso della Liguria nel Medioevo. Con la conquista longobarda l’effimera Liguria costiera ebbe fine, e la nostra regione passò dal sistema di integrazione bizantino ad altri due, nel giro di cento cinquanta anni: il regno longobardo prima, l’impero carolingio poi. Avvenne allora ciò che era avvenuto ai tempi dei romani, con l’integrazione delle tribù indigene dell’arco appenninico in un grande impero.</p>
<p align="justify">Da qui si riparte per una storia tutta nuova. Le parole con cui le fonti mettono fine a quella vecchia sono estremamente scarne, ma le riportiamo per l’importanza del passaggio, e per far notare che, per altro, non fanno alcun riferimento alla<em> Maritima</em>:</p>
<p align="justify">«Rotari con un esercito devasta, distrugge e brucia, dopo averle staccate dall’Impero (bizantino), le città di Genova marittima, Albenga, Varigotti, Savona, Oderzo e Luni; rapina, spoglia e condanna alla prigionia le popolazioni. Abbattendo al suolo le mura delle sopraddette città, ordinò che queste stesse città fossero chiamate villa»<a href="#sdfootnote21sym" name="sdfootnote21anc">21</a>.</p>
<p align="justify">«E dopo di lui (Arioaldo) regnò Rotari, Arodo di stirpe, che distrusse le città e i castelli dei Romani situati sulla costa da Luni fino alla terra dei Franchi, così come Oderzo ad Oriente [...]»<a href="#sdfootnote22sym" name="sdfootnote22anc">22</a>.</p>
<p>«Pertanto il re Rotari conquistò tutte le città romane site sulla riva del mare da Luni, città della Tuscia, fino ai confini dei Franchi»<a href="#sdfootnote23sym" name="sdfootnote23anc">23</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Note</strong></p>
<div id="sdfootnote1">
<p><a href="#sdfootnote1anc" name="sdfootnote1sym">1</a> G. Pistarino, <em>La capitale del Mediterraneo</em>, Bordighera 1993, pp. 5-33, la citazione a p. 9.</p>
</div>
<div id="sdfootnote2">
<p><a href="#sdfootnote2anc" name="sdfootnote2sym">2</a> R. Pavoni, L<em>iguria medievale. Da provincia romana a stato regionale</em>, Genova 1992, p. 80.</p>
</div>
<div id="sdfootnote3">
<p><a href="#sdfootnote3anc" name="sdfootnote3sym">3</a> S. Cosentino, <em>Storia dell’Italia bizantina (VI-XII secolo da Giustiniano ai Normanni)</em>, Bologna 2008, p. 21.</p>
</div>
<div id="sdfootnote4">
<p><a href="#sdfootnote4anc" name="sdfootnote4sym">4</a> Procopio, Bellum Gothicum, II, 28, 28.</p>
</div>
<div id="sdfootnote5">
<p><a href="#sdfootnote5anc" name="sdfootnote5sym">5</a> Marcellinus Comes, Chronicon, anno 539.</p>
</div>
<div id="sdfootnote6">
<p><a href="#sdfootnote6anc" name="sdfootnote6sym">6</a> Paulus, Historia Langobardorum, edd. L. Bethmann &#8211; G. Weitz, in MGH, Scriptorum Rerum Langobardicarum et Italicarum saec. VI-IX, Hannover 1878, II, 15, 16, 18. La traduzione, come in seguito le altre salvo diversa indicazione, è tratta da G. Gaggero, Fontes Ligurum et Liguriae Antiquae, in «Atti della Società Ligure di Storia Patria», n. s. XVI (1976).</p>
</div>
<div id="sdfootnote7">
<p><a href="#sdfootnote7anc" name="sdfootnote7sym">7</a> Pavoni, <em>Liguria</em> cit., pp. 55-81. Cfr. anche P. Febre, <em>Le patrimoine de l’Eglise romaine</em> <em>dans les Alpes Cottiennes</em>, in«Melanges d’archeologie et d’histoire», 4 (1884), pp. 383-420.</p>
</div>
<div id="sdfootnote8">
<p><a href="#sdfootnote8anc" name="sdfootnote8sym">8</a> Pavoni, <em>Liguria</em> cit., p. 91.</p>
</div>
<div id="sdfootnote9">
<p><a href="#sdfootnote9anc" name="sdfootnote9sym">9</a> Sancti Gregorii Magni Vita, in J. P. Migne, Patrologia Latina, 75, Paris 1849, II, 53.</p>
</div>
<div id="sdfootnote10">
<p><a href="#sdfootnote10anc" name="sdfootnote10sym">10</a> L. Duchesne, Liber Pontificalis, I, Paris 1886, p. 312. Cfr. Febre <em>Le patrimoine</em> cit., p. 385.</p>
</div>
<div id="sdfootnote11">
<p><a href="#sdfootnote11anc" name="sdfootnote11sym">11</a> Gli studi più recenti sono critici riguardo alla costituzione di una configurazione amministrativa vera e propria, limitandosi ad attribuire alla figura dell’esarca un ruolo politico e militare: cfr. Cosentino, <em>Storia</em> cit., p. 22 e, soprattutto, pp. 136-137; G. Ravegnani,<em> I Bizantini in Italia</em>, Bologna 2018, p. 81.</p>
</div>
<div id="sdfootnote12">
<p><a href="#sdfootnote12anc" name="sdfootnote12sym">12</a> H. Gelzer, Georgii Cypri Descriptio orbis Romani, Lipsia 1890, pp. 28-32.</p>
</div>
<div id="sdfootnote13">
<p><a href="#sdfootnote13anc" name="sdfootnote13sym">13</a> In riferimento a P.M. Conti, <em>L’Italia bizantina nella</em> «Descriptio orbis romani» di Giorgio Ciprio, in «Memorie della Accademia Lunigianese di Scienze “Giovanni Capellini”», XL (1975), pp. 38-40, cfr. Cosentino, Storia cit., p. 21.</p>
</div>
<div id="sdfootnote14">
<p><a href="#sdfootnote14anc" name="sdfootnote14sym">14</a> Ravegnani, <em>I Bizantini</em> cit., p. 82.</p>
</div>
<div id="sdfootnote15">
<p><a href="#sdfootnote15anc" name="sdfootnote15sym">15</a> Cosentino, <em>Storia</em> cit., p. 22.</p>
</div>
<div id="sdfootnote16">
<p><a href="#sdfootnote16anc" name="sdfootnote16sym">16</a> Agathiae Myrinaei Historiarum libri quinque, ed. R. Keydall, Berlin 1967, p. 43 (II, 3,2).</p>
</div>
<div id="sdfootnote17">
<p><a href="#sdfootnote17anc" name="sdfootnote17sym">17</a> D. DeForest, <em>Agathias on Italy, Italians and the Gothic War</em> , in «Estudios medievales», 8 (2020), pp. 61-81.</p>
</div>
<div id="sdfootnote18">
<p><a href="#sdfootnote18anc" name="sdfootnote18sym">18</a> Agathiae Myrinaei cit., p.29 (I, 15,7).</p>
</div>
<div id="sdfootnote19">
<p><a href="#sdfootnote19anc" name="sdfootnote19sym">19 C</a>osentino,<em> Storia</em> cit., pp. 24-25.</p>
</div>
<div id="sdfootnote20">
<p><a href="#sdfootnote20anc" name="sdfootnote20sym">20</a>M. Pinter-G. Parthey, Anonymi Ravennatis Cosmographia et Guidonis Geographica, Berlin 1860, pp. 246-249.</p>
</div>
<div id="sdfootnote21">
<p><a href="#sdfootnote21anc" name="sdfootnote21sym">21</a>Pseudo Fredegario, Chronicon, ed. B. Krusch, MGH, Scriptorum Rerum Merovingicarum, II, Hannover 1888, p. 156 (IV, 71).</p>
</div>
<div id="sdfootnote22">
<p><a href="#sdfootnote22anc" name="sdfootnote22sym">22</a> Paulus, Origo Gentis Langobardorum, in M.G.H., Scriptorum rerum Langobardicarum cit., pp. 1-6.</p>
</div>
<div id="sdfootnote23">
<p><a href="#sdfootnote23anc" name="sdfootnote23sym">23</a> Paulus, Historia cit., p. 135 (IV, 45).</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p>AA.VV.,<em> Sant’Antonino, un insediamento fortificato nella Liguria bizantina</em>, Bordighera 2001.</p>
<p>G. Airaldi, <em>Genova e la Liguria nel medioevo</em>, Torino 1986.</p>
<p>G. Airaldi,<em> Storia della Liguria. Dalle origini al 643</em>, Genova 2009.</p>
<p>G. Airaldi, <em>Storia della Liguria. Dal 643 al 1492</em>, Genova 2009.</p>
<p>G. Airaldi, S. Origone, P. Stringa, C. Varaldo, <em>Storie e storici del Mediterraneo medievale,</em> a c. di S. Origone, Genova 2020.</p>
<p>T. S. Brown, <em>Gentlemen and Officers: Imperial Administration and Aristocratic Power in Byzantine Italy A.D. 554–800</em>, London 1984.</p>
<p>S. Cosentino, <em>Storia dell’Italia bizantina (VI-XII secolo da Giustiniano ai Normanni),</em> Bologna 2008.</p>
<p>P. Febre,<em> Le patrimoine de l&#8217;Eglise romaine dans les</em> Alpes Cottiennes, in « Mélanges d&#8217;archéologie et d&#8217;histoire», tome 4, 1884, pp. 383-420.</p>
<p>S. Origone,<em> Bisanzio e Genova</em>, Genova 1992.</p>
<p>S. Origone,<em> Le signore del mare. Una storia del Mediterraneo medievale</em>, Genova 2020.</p>
<p>S. Origone, <em>Liguria bizantina: 538 – 643</em>, in ΠΟΛΥΠΛΕΥΡΟΣ ΝΟΥΣ, <em>Miscellanea für Peter Schreiner zu seinem 60. Geburtsta</em>g, a cura di C. Scholz &#8211; G. Makris, Munchen-Leipzig 2000.</p>
<p>R. Pavoni<em>, La conquista longobarda della Liguria</em>, in «Atti dell&#8217;Accademia Ligure di Scienze e Lettere», 41 (1984), pp. 3-16.</p>
<p>R. Pavoni, <em>Liguria medievale, da provincia romana a stato regional</em>e, Genova 1992.</p>
<p>G. Petracco, <em>La</em> Descriptio Orbis Romani<em> di Giorgio Ciprio</em>, Alessandria 2018.</p>
<p>G. Pistarino, <em>La capitale del Mediterraneo</em>, Bordighera 1993.</p>
<p>V. Polonio,<em> Da provincia a signora del mare. Secoli VI – XIII</em>, in D. Puncuh, <em>Storia di Genova: Mediterraneo, Europa, Atlantico</em>, Genova 2003.</p>
<p>G. Ravegnani, <em>I Bizantini in Italia</em>, Bologna 2018.</p>
</div>
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		<title>Il medioevo orientale di Geo Pistarino</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2021 10:28:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La cattedra genovese di Storia medievale, tenuta da lui come ordinario dal 1966, aveva dato a Geo Pistarino l’occasione di inquadrare più da vicino i risvolti della storia mediterranea che fino ad allora egli aveva solo sfiorato grazie al suo interesse per la Lunigiana e alla continuazione del lavoro di edizione di fonti della Liguria orientale, avviato dal suo maestro Giorgio Falco con la pubblicazione delle carte del Monastero di San Venerio del Tino. La sua attenzione per il mondo bizantino venne più tardi.</p>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La cattedra genovese di Storia medievale, tenuta da lui come ordinario dal 1966, aveva dato a Geo Pistarino l’occasione di inquadrare più da vicino i risvolti della storia mediterranea che fino ad allora egli aveva solo sfiorato grazie al suo interesse per la Lunigiana e alla continuazione del lavoro di edizione di fonti della Liguria orientale, avviato dal suo maestro Giorgio Falco con la pubblicazione delle carte del Monastero di San Venerio del Tino. La sua attenzione per il mondo bizantino venne più tardi. Da medievista egli considerò Bisanzio nella prospettiva della storia occidentale e, dunque, del significato, da una parte, della presenza bizantina in Italia nei primi secoli del medioevo, dall’altra, dei contatti e degli insediamenti latini in Oriente in età successiva, come possibilità di incontro con altri popoli, come opportunità di sperimentazione istituzionale e come fonte di arricchimento.</p>
<p>Ma prima di rivolgermi ai contenuti del suo lavoro vorrei ricordare la mia esperienza di allieva. Una delle letture che consigliava era <em>The making of Europe</em> dello storico britannico Christofer Dawson (1889-1970). Il saggio, pubblicato in lingua italiana (<em>La nascita d’Europa: le matrici della cultura europea</em>) da Einaudi nel 1959 e ripreso da Mondadori dieci anni dopo nella pregiata traduzione di Cesare Pavese per la collana “Il Saggiatore”, dopo quasi cinquant’anni di avanzamento della ricerca bizantinistica è ampiamente superato là dove si occupa dell’impero orientale. Vale la pena, però, di ricordare aspetti che il Maestro ci faceva osservare all’inizio degli anni Settanta e che valgono ancora oggi. Dawson era un medievista, convinto della superiorità dell’Occidente cristiano, dove la chiesa aveva conservato la sua indipendenza ed era stata capace di un’iniziativa sociale e morale che all’Oriente cesaropapista era mancata. L’Autore inglese aveva sottolineato,tuttavia, anche l’importanza delle realtà che attorniavano l’Occidente: i popoli nordici, assorbiti grazie alla cristianizzazione a formare un tutt’uno con esso, e le altre culture del Mediterraneo, Bisanzio e l’Islam, controparti attive ed efficaci del mondo di tradizione carolingia. Dal contatto con queste civiltà superiori, l’Europa avrebbe tratto “un lievito di influssi orientali” che la fecero crescere sino al XV secolo e dare i suoi frutti nell’età umanistica. Al pari di Dawson Geo Pistarino, occidentalista, si era entusiasmato per quel mondo che aveva costituito una riserva di opportunità culturali e materiali per l’Occidente arretrato. Nutrendoci di questi ammaestramenti Pistarino ci aveva instillato la concezione di un medioevo senza confini o, perlomeno, emisferico e multiforme grazie ai contatti che si erano moltiplicati a partire dai secoli X-XI. Questo medioevo non andava ricercato in una visione univoca, bensì nella complessità delle interazioni. Non a caso negli anni Settanta, quelli in cui io ho incontrato la Scuola genovese, si era consolidato il suo sodalizio con Roberto Sabatino Lopez, che aveva dedicato uno dei capitoli della propria opera, <em>La </em><em>nascita dell’Europa,</em> uscita a Parigi nel 1962, al medioevo degli orizzonti aperti. Sono queste le premesse storiografiche degli studi sulla presenza dei genovesi nell’Oriente e nel mar Nero, da lui avviati e proseguiti dalla sua Scuola e dagli studiosi stranieri che hanno fatto riferimento al suo insegnamento e ai suoi suggerimenti.</p>
<p>La produzione di Geo Pistarino sull’Oriente è ricca, disseminata in una serie di articoli ed interventi, in buona parte rivisti e raccolti nei volumi miscellanei dell’ultimo periodo. Per comprendere questo aspetto peculiare dei suoi interessi verranno qui esaminate alcune tematiche su cui aveva indirizzato le proprie indagini: 1) l’eredità bizantina in Italia, con particolare riferimento alla Liguria e alla Sardegna; 2) la presenza dei genovesi negli spazi orientali di tradizione bizantina: rapporti con l’impero e con le popolazioni locali; 3) il contributo genovese alla difesa di Costantinopoli.</p>
<p>All’inizio degli anni Sessanta il mondo mediterraneo bizantino aveva attirato l’attenzione dello storico su argomenti diversi per l’approccio metodologico e per la contestualizzazione geografica, tutti peraltro riconducibili al lascito bizantino nel contesto della civiltà dell’Occidente mediterraneo. Il primo di questi saggi, pubblicato nel 1960-61, indaga l’influsso di Bisanzio sulle feste religiose e sull’onomastica del calendario sardo, confutando le congetture degli eruditi del passato e confrontandosi con la cultura interdisciplinare che si era occupata dell’argomento. Fin da allora l’ampio significato da lui attribuito alla civiltà mediterranea gli suggeriva di appoggiare la ricerca, impostata sui Padri della Chiesa e sull’agiografia, su metodiche di tipo antropologico, utili a valutare la persistenza di usi e tradizioni a livello regionale e subregionale, e di allargare il confronto con Bisanzio (dimostrazione dell’origine bizantina di <em>kaputanni</em>) alla comparazione con altre aree di tradizione orientale, come quella russa (ebraico <em>ken</em><em>á</em><em>pura, parasceve, pasca</em>, attraverso la tradizione cristiana→<em>Santa Parasceve</em> dei greci, <em>Paraskiva </em>di Novgorod, <em>P</em><em>asca,</em> sardo, per le più importanti feste liturgiche) o quella romena (<em>mes de arg</em><em>í</em><em>olas</em>, usato nel sardo del Campidano per indicare il mese di Luglio in riferimento all’esposizione del grano all’aria nelle aie, secondo una tradizione comune alle regioni greche dell’Italia meridionale riconducibile anche al termine romeno <em>alonari</em><em>)</em>.</p>
<p>Addentrandosi nel contesto genovese, Pistarino incontrava nella memoria della città segni concreti dei legami con l’impero orientale in tempi meno remoti, come il prezioso Volto Santo, conservato nella chiesa di San Bartolomeo degli Armeni a ricordare i rapporti del ceto mercantile con Costantinopoli. Se lo storico dell’arte – se ne era occupata Colette Dufour Bozzo – aveva evidenziato il valore artistico dell’opera di oreficeria bizantina, Pistarino nello stesso periodo si era occupato delle problematiche relative al rapporto del Volto Santo genovese con l’immagine edessena e della presenza a Genova del <em>Mandylion. </em>Erano le basi di una discussione che si è arricchita nel tempo. In seguito, dopo molti anni, Pistarino sarebbe tornato sul tema delle reliquie, che è storia di devozione, crociate, rapine e traffici da una sponda all’altra del Mediterraneo. Bisanzio è ancora una volta collegata all’immagine di Cristo nell’indagine sulla Sindone, laddove lo storico si interroga come il prezioso reperto possa essere pervenuto nella piccola chiesa di Lirey nel nord della Francia dal palazzo di Costantinopoli, dove presumibilmente era stato conservato fino al 1204.</p>
<p>Un diverso registro interpretativo, di tipo istituzionale, è usato in un altro importante saggio di Pistarino su <em>La Liguria: regione nazione</em> del 1971, da lui rielaborato e ripubblicato nel 1993. lI discorso mette qui in evidenza la fase della contrapposizione bizantino-longobarda come fattore determinante per la configurazione territoriale del Settentrione italiano ripartito per aree di influenza, rispettivamente denominate Romagna e Lombardia. Ancora dal conflitto bizantino-longobardo in una fase breve, durata nemmeno un secolo, ma spessa di significato, emerge la sagoma della Liguria marittima, che lo storico considera in riferimento alla costruzione più avanti, in età comunale, del <em>districtus </em>genovese. Notando che, se si vuole parlare di una nazione ligure, bisogna richiamarsi a progetti costieri, che come quello d’età bizantina mettano in relazione le città rivierasche tra di loro, rispecchino l’esigenza di collegamenti marittimi, esprimano la funzionalità politica, economica, strutturale di tale configurazione regionale, egli suggeriva di considerare l’assetto di quell’epoca come modello della forma attuale, che si era imposta nel secolo XII in conseguenza del risveglio delle attività marittime e della diffusione dei liguri nel Mediterraneo. Questo studio costituisce un fondamento, talvolta dato solo per scontato, delle dinamiche di formazione del <em>districtus</em> genovese, con la constatazione della difficile determinazione dei confini regionali, specialmente di quelli verso l’interno.</p>
<p>In seguito Pistarino si sarebbe sempre più concentrato sul carattere internazionale della storia genovese, di cui l’Oriente rappresentava un tema fondamentale che poteva essere esplorato alla luce di fonti inedite. Nella sua mente si stava delineando il concetto, che poi egli avrebbe sintetizzato nel titolo del volume <em>La Capitale del Mediterraneo: Genova ne</em><em>l</em><em> Medioevo. </em> Genova è vista come una città che, nella prospettiva del ruolo di supremazia che avrebbe svolto, aveva utilizzato anche le forze regionali a sua disposizione. Il 1969 è l’anno in cui pubblicava quello che potrebbe considerarsi il manifesto dei successivi indirizzi della sua ricerca sulla diaspora medievale dei Genovesi. Proprio in questo saggio ben noto, intitolato <em>Genova medievale tra Oriente e Occidente</em>, sottolineava infatti che la storia di Genova è in realtà una storia di consorterie che assai meglio di una forza statale avrebbero potuto agire contemporaneamente su diversi fronti. Tra le numerose località del complesso mediterraneo sono menzionate anche quelle greche: Costantinopoli, con Pera bizantina e poi turca, l’impero di Nicea, Trebisonda, Chio degli Zaccaria, Lesbo dei Gattilusio. La storia mediterranea si configurava in ciò che egli avrebbe spiegato più tardi, come «una costruzione determinata da un più vasto complesso di forze, nel quale entrano tanto il fattore romano-cristiano-germanico quanto quello bizantino e slavo, tanto quello arabo-turco quanto quello mongolo-tartaro». Coerente con la linea tracciata, seguita da lui stesso e dai suoi allievi con indagini e approfondimenti, riconoscendo l’indubbia importanza del lascito storiografico di Roberto Sabatino Lopez ribadiva il significato della ricerca compiuta non da ripetitivi epigoni, ma per sviluppare un lavoro che si prospettava come ricostruzione di un modello riconducibile al confronto con una pluralità di contesti medievali diversi e ancora sondabile alla luce di ulteriori rinvenimenti archivistici. Questi interessi lo avevano avvicinato alla storiografia internazionale che aveva intuito il valore delle indagini da lui avviate per il medioevo di intere regioni scarsamente o per nulla documentate dalle fonti interne di quel periodo. Ed era questo che Pistarino aveva suggerito quando – in tempi non facili per questo tipo di operazioni – aveva aperto i contatti anche con i paesi dell’Est e del Sud-est europeo, trovando immediato consenso da parte degli studiosi stranieri.</p>
<p>Nelle regioni orientali che qui ci interessano, i genovesi tramite patti oppure tramite conquiste si erano sostituiti al potere bizantino. La produzione su questo argomento è quasi tutta rielaborata e raccolta negli ultimi volumi dello storico, e ad essi soprattutto farò di seguito riferimento. Da quando con nuovi accordi con Michele VIII Paleologo intorno al 1267-1268 si erano stanziati a Pera e con una concessione del khan tataro intorno al 1270-1275 avevano fondato Caffa, i genovesi avevano iniziato una sistematica operazione di conquista lungo le coste del mar Nero, le cui modalità perlopiù sfuggono al ricercatore o sono solo adombrate nelle fonti. In queste zone i genovesi, impiantandosi, creavano un nuovo tessuto mercantile sostituendo quello bizantino, sopraffatto dalla conquista bulgara, turca o mongolo-tatara, del territorio. Per fare un esempio la permanenza di Bisanzio come sostrato culturale ed etnico si coglie nel saggio A<em> Chilia e Licostomo sulla foce del Danubio</em>. In particolare l’esempio delle terre bulgare insegna che, anche dal punto di vista economico, non si poteva prescindere dal passato bizantino della regione, dal momento che a Chilia-Licostomo, insediamento genovese nel Trecento, si privilegiavano i rapporti commerciali con Costantinopoli-Pera, che i nomi dei porti erano greci e che «i greci costituivano tra gli orientali la comunità più numerosa ed attiva: sono gli eredi – Pistarino chiarisce &#8211; d’una tradizione storica locale dell’epoca bizantina e di una stirpe legata ai moduli della vita cittadina, all’attività commerciale e marinara, che li richiama in buon numero nella Chilia che i genovesi stanno valorizzando nel settore dei traffici intermarini». Attento ai rapporti tra i genovesi e l’elemento indigeno (capi locali, schiavi, trafficanti, individui residenti negli insediamenti mercantili o venuti dall’hinterland e solo temporaneamente presenti), Pistarino presta attenzione all’aspetto antropologico legato al mito dei genovesi, ancora oggi ricordati nella toponomastica dei castelli, da loro fondati e abitati lungo le coste del mar Nero, e paragonati nel folklore locale a semidei. Per lo storico il ricordo del nome dei genovesi (<em>g</em><em>henos, Iguenouas, Genevis</em>, a confondersi persino con <em>Gin/Genius</em>) presso le popolazioni pontiche rappresenta l’eco di una quotidianità e di un’ intensità di contatti, che andavano ben oltre gli aspetti mercantili, generalmente studiati per l’età medievale.</p>
<p>Il sostrato bizantino aveva certamente uno spessore ben più rilevante in insediamenti quali i quartieri di Costantinopoli, Pera, Focea-Chio, Lesbo, Trebisonda, dove patti con lo stesso impero e con i Comneni del Ponto ne avevano comportato la cessione ai genovesi. Fattori etnici, culturali, religiosi e istituzionali segnavano la differenza tra il mondo greco e quello latino che si incontravano in questi luoghi. Già riferendosi ai primi insediamenti a Costantinopoli nel XII secolo, Pistarino aveva sottolineato l’aporia del rapporto genovese con i due imperi, tanto per l’appartenenza di Genova al contesto occidentale, mentre i nuovi possessi creavano un vincolo con Bisanzio, quanto per il contrasto religioso e per la divergenza relativa alla priorità delle rispettive gerarchie ecclesiastiche. Al secoli XIII e XIV secolo riconducono i possessi di Focea, Chio e Lesbo. Si tratta di insediamenti che i genovesi si erano procurati con la conquista o con l’astuzia e il sostegno militare. Mi vorrei soffermare sull’attenzione che Pistarino rivolge agli aspetti istituzionali di questi contatti perché egli mostra bene che il peso commerciale ed economico degli insediamenti poggia sul fondamento politico dei trattati. Di per sé la documentazione costituita dagli atti notarili è una miniera di informazioni sulle società miste che si andavano creando in Oriente, che certamente Pistarino non dimentica e utilizza ampiamente, come fa nel volume su Chio per la Nuova Raccolta Colombiana, ma allo storico non sfugge che la loro esistenza si era potuta realizzare intorno al fulcro del potere bizantino, ovvero grazie a specifiche relazioni col <em>basileus</em>. Il suo primo saggio importante su Chio risale al 1969, <em>Chio dei genovesi,</em> pubblicato nella rivista «Studi medievali». Già qui è evidente che sia la dominazione degli Zaccaria, sia quella più tarda dei Maonesi si collegavano a diritti sull’isola risalenti al trattato del 1261 fra Genova e Michele VIII Paleologo. Cito sintetizzando le parole di Pistarino: Genova non poteva aver dimenticato la gravità della fine del governo degli Zaccaria a Chio e a Focea Vecchia e dei Cattaneo a Focea Nuova, tuttavia i fallimenti di riconquista di questi luoghi e l’effimera signoria di Domenico Cattaneo su Lesbo dovevano suggerire una certa prudenza e consigliare ai genovesi la ricerca di un nuovo accordo per la conferma del trattato di Ninfeo, che effettivamente fu voluta da Andronico III nell’ultimo periodo della sua vita e posta in essere, dopo la sua morte, dalla reggente Anna di Savoia con il trattato del 5 settembre 1341, cui seguirono, questa volta tra i Maonesi e l’impero, i patti del 1355 e del 1367. Era iniziato un periodo di consolidamento dei possessi genovesi sui territori dell’Oriente bizantino, laddove Pera era divenuta uno stato entro lo stato con il trattato del 6 maggio 1352 con Giovanni Cantacuzeno. Rappresenta un limite della nostra documentazione il fatto che per signorie individuali, come quella degli Zaccaria a Focea-Chio e dei Gattilusio a Lesbo, non siano pervenuti gli atti relativi alla cessione a Benedetto Zaccaria e a Francesco Gattilusio. Ma proprio, esaltando il legame tra l’impero e quest’ultima famiglia, Pistarino fa emergere la politica matrimoniale che aveva legato donne del clan Gattilusio alle dinastie imperiali di Costantinopoli (Caterina, figlia di Dorino, moglie del despota Costantino, futuro imperatore; Eugenia, figlia di Francesco, moglie di Giovanni VII) e di Trebisonda (Maria, figlia di Dorino, moglie di Alessandro, fratello di Giovanni Comneno). In realtà non c’è soltanto Genova con le sue aristocrazie mercantili tra gli interlocutori dell’impero studiati da Geo Pistarino. Nel XIV secolo compaiono minacciosi rivali gli Almugaveri e, nel XV secolo, dominatori attratti dalle nuove occasioni mediterranee, gli Sforza, signori Genova e perciò del suo impero sul mare, che lo storico aveva definito il commonwealth bizantino per il vincolo creato fra realtà differenti.</p>
<p>Il tramonto del medioevo orientale per Geo Pistarino è un lungo periodo tra la fine delle colonie pontiche e la nascita del mito dei Genovesi nel mar Nero, tra la fine di Pera e l’emergere di Galata turca, tra la fioritura del traffico dell’allume a Focea, Chio, Lesbo e l’occupazione ottomana delle isole dell’Egeo settentrionale, tra la caduta di Caffa, la diaspora in Oriente e la resistenza di Chios fino al 1566. Ma la vicenda della <em>Romania </em>che maggiormente lo intriga è la fine di Costantinopoli e il destino dell’ultimo difensore, il genovese Giovanni Giustiniani Longo, anche se tutto non finisce quel giorno, che segna solo l’inizio di un lungo distacco. Nella tarda mattinata del 29 maggio 1453 l’interlocutore dei Genovesi non sarebbe stato più<em> il basileus </em>Costantino XI, bensì il sultano Mehemed II. D’accordo con Georg Bratianu, Pistarino non solo sottolinea che Costantinopoli nelle mani dei turchi era ritornata ad essere la capitale di un grande impero, ma considera anche che quell’evento non segnò la fine di tutto per gli occidentali. Egli indaga i segni di una continuità delle attività genovesi dopo la resa di Pera, che sarebbe divenuta un centro di riferimento per i rapporti degli occidentali con la corte del Sultano, coglie i diversi segnali della permanenza dei genovesi, profughi cristiani in cerca di nuove sistemazioni nell’area pontica ben oltre la caduta di Caffa, indaga il significato della ricorrente signoria sforzesca su Genova che favorì il coinvolgimento del ducato nella politica e nell’economia del Mediterraneo.</p>
<p>In conclusione possiamo affermare che la storia di Bisanzio è per Pistarino un capitolo di storia mediterranea, una presenza dietro le quinte del suo impegno storiografico; è una storia che si è arricchita grazie all’edizione di fonti genovesi, da lui avviata, che hanno aperto squarci sul mondo mercantile tardo-bizantino, e che si è ampliata grazie ai suoi studi sui rapporti dinastici fra l’impero e le casate mercantili liguri e sui protagonisti genovesi della difesa della capitale greca e dei domini pontici. Penso, tra gli altri, ai lavori dei bizantinisti Nicolas Oikonimidès e Angeliki Laiou sull’attività dei mercanti greci negli insediamenti genovesi del mar Nero e al più recente lavoro di Christofer Wright sui Gattilusi, possibili grazie all’edizione delle fonti genovesi e allo sviluppo delle tematiche genovesi-orientali. Mi riferisco, inoltre, come continuazione del lavoro documentario all’ancor più recente edizione russa degli atti notarili dell’area pontica. E questo è il lascito duraturo del suo interesse per Bisanzio, un’apertura degli studi sugli orizzonti economici, geografici, politici culturali dell’Europa, da cui sono scaturite ulteriori ricerche in Italia e all’estero.</p>
<p lang="en-US"><strong>Scritti di Geo Pistarino sull’argomento trattato</strong></p>
<p lang="en-US"><em>Da kaputanni a triulas, Note sul calendario sardo</em>, in «Atti della Accademia delle Scienze di Torino», II, Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche, 95 (1960-61), 459-519.</p>
<p lang="en-US">Q<em>uestioni sul”Volto Santo” di Genova,</em> in «Bollettino Ligustico per la Storia e la Cultura Regionale», XIX, 3-4 (1967), 83-92.</p>
<p lang="en-US"><em>N</em><em>otai genovesi in Oltremare, Atti rogati a Chilia da Antonio di Ponzò (1360-61)</em>, Collana storica di fonti e studi diretta da Geo Pistarino, 12, Genova 1971.</p>
<p lang="en-US"><em>La storia mediterranea problemi e prospettive</em>, in <em>Saggi e documenti IV</em>, Genova Civico Istituto Colombiano, Studi e testi. Serie storica, 5, Genova 1983.</p>
<p lang="en-US"><em>I </em><em>Gin Dell’Oltremare</em>, Civico Istituto Colombiano, Studi e Testi 11, Genova 1988.</p>
<p lang="en-US"><em>Genovesi d’Oriente</em>, Civico Istituto Colombiano, Studi e Testi 14, Genova 1990.</p>
<p lang="en-US"><em>I Signori del mare</em>, Civico Istituto Colombiano, Studi e Testi 15, Genova 1992.</p>
<p lang="en-US"><em>L</em><em>a Liguria: regione nazione</em>, in «Atti della Accademia ligure di Scienze e Lettere, 28 (1971)», pp. 85-94, rielaborato dall’Autore e ripubblicato in <em>La capitale de Mediterraneo: Genova nel Medioevo</em>, Bordighera 1993, 7-68.</p>
<p lang="en-US"><em>L’ultimo eroe di Costantinopoli: Giovanni Giustiniani Longo</em>, in L<em>a storia dei Genovesi, Atti del Convegno di Studi sui Ceti Dirigenti nelle Istituzioni della Repubblica di Genova, Genova, </em><em>Giugno </em><em>11-12-13-14 </em><em>1991</em>, Genova 1994, XII.1, pp. 25-35.</p>
<p lang="en-US"><em>Chio dei ge</em><em>n</em><em>ovesi </em><em>nel tempo di Cristoforo Colombo</em>, Roma, 1995 (Nuova Raccolta Colombiana 12).</p>
<p lang="en-US"><em>Considerazioni sulla Sindone</em>, in «Rivista di Storia Arte Archeologia per le province di Alessandria e Asti», 107 (1998), pp. 141-171.</p>
<p lang="en-US"><strong>Bibliografia </strong></p>
<p lang="en-US">C. Dufour Bozzo, <em>La cornice del Hagion Mandêlion</em>, Genova 1967.</p>
<p lang="en-US">N. Oikonomides, <em>Hommes d’affaires grecs et latins à Constantinople ( XIII</em><sup><em>e </em></sup><em> &#8211; XV</em><sup><em>e </em></sup><em> siècles),</em> Montreal and Paris 1979; A.E. Laiou, <em>The Byzantine economy in the Mediterranean trade system: thirteenth fifteenth centurie</em>s, in «Dumbarton Oaks Papers», 34-5 (1980-1), 177-222.</p>
<p lang="en-US">M<em>andylion. Intorno al Sacro Volto, da Bisanzio a Genova,</em> Catalogo della Mostra, <em>Genova 18 aprile 18 luglio 200</em><em>4, </em><em>Intorno al Sacro Volto. Genova, Bisanzio e il Mediterraneo (secoli XI-XIV), </em>a cura di A. R. Calderoni Masetti, C. Dufour Bozzo, G. Wolf, Venezia 2007.</p>
<p lang="en-US">Ch. Wright, <em>The Gattilusio Lordships and the Aegean World 1355-1462</em>, Leiden Boston 2014.</p>
<p lang="en-US">Atti del Convegno di Studi <em>Dall’Isola del Tino e dalla Lunigiana al Mediterraneo all’Atlantico In ricordo di Geo Pistarino (2017-2008</em>), a cura di Laura Balletto – Edilio Riccardini, Memorie della Accademia Lunigianese di Scienze «Giovanni Capellini», La Spezia 2009.</p>
<p lang="en-US"><em>Notai genovesi in Oltremare. Atti redatti a Caffa ed in altre località del mar Nero nei secoli XIV e XV</em>, sotto la direzione di S.P. Karpov, a cura di M.G. Alvaro, A. Assini, L. Balletto, E. Basso, St. Petersburg, 2018.</p>
<p lang="en-US">S. Origone, <em>Bisanzio nel Mediterraneo medievale di Geo Pistarino</em>, in «Ligures. Rivista di Archeologia, Storia, Arte e Cultura Ligure», 16-17 (2018-19), 149-154, ripubblicato in G. Airaldi, S. Origone, P. Stringa, C. Varaldo, Storie e storici del Mediterraneo medievale, a cura di S. Origone, Genova, Quaderni del CeSGO, 1, Genova 2020, 193-201.</p>
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